“Un assist per morire” di Andrea Monticone, Buendia Books. A cura di Alessia Bertini

C’è tanto calcio in questo libro, il titolo e la copertina non mentono.

Ma non il calcio della serie A, delle partite del mercoledì sera alla TV o dei calciatori a mezzo busto immortalati nelle figurine scambiate tra amici.

I grandi nomi come quello di Platini e Tacconi, gli eventi di cronaca calcistica come la tragedia di Superga o la strage dell’Heysel sono in queste pagine ricordi e spunti di riflessione che si intrecciano al dipanarsi di questo noir, ambientato nel mondo del calcio dilettantistico.

È in quel mondo che Mark Andreani, un ragazzo di soli 17 anni, con talento, passione e determinazione cerca di coronare il suo sogno. È stato accolto dalla Sanpa, squadra torinese della lega Dilettanti; lui, come tanti altri, allontanato da una squadra di punta perché troppo esile e privo della struttura fisica richiesta per vestire i panni di un grande calciatore di serie A.

A prenderlo sotto la sua ala, Pat Fornero, il “nonno”, portiere non più giovanissimo e capitano della squadra, impegnato, oltre che sul fronte calcistico, anche nella conduzione di una radio locale.

In quel giovane fantasista vede il potenziale per la Nazionale, per una carriera da professionista, lo dice anche il vicepresidente della squadra, Umberto Baldassi.

Ma qualcosa va storto, perché una sera Mark cade dal balcone del suo appartamento.

E muore.

Tragedia, suicidio …. o forse omicidio?

Sì, perché Mark è positivo al doping.

Sta scritto sul referto del coroner che Max Brandi, sostituto commissario incaricato delle indagini, mostra al compagno e medico Thomas e che lui interpreta per noi: sostanze illegali, somministrate ai cavalli e dalle conseguenze devastanti sul fisico e la mente di un adolescente.

Quei baby calciatori, come quel povero disgraziato, sono tacchini all’ingrasso. Lì è la chimica a devastarli. I loro fisici vengono modificati, non ci si può fare più niente.”

Brandi sarà pure un poliziotto dal cuore guastato (in senso anatomico, dalla scossa di un Teaser; in senso figurato, dalla macchia di dubbia moralità che lo riveste), ma capisce subito che il caso di Mark nasconde di più. La domanda che sorge “Ma come è possibile che nessuno si sia accorto di nulla?” ha una semplice risposta: in Lega Dilettanti non c’è l’antidoping.

Ma anche: “Come mai nessuno ha notato quel volto solcato dal dolore di mal di testa continui, la mente sempre più preda di pensieri caotici e allucinazioni?”.

Perché non è più solo una storia di calcio: droga, interessi economici e denaro sporco creano un vortice di indifferenza e disumanità tale da travolgere e spazzare via ragazzi privi di ogni colpa, vittime di scelte non intraprese consapevolmente.

Nell’occhio del ciclone, in quella calma apparente, vediamo Mark: in cerca di un’uscita, consapevole che qualcosa non va, chiede aiuto mandando segnali che però Pat non coglie, o non vuole interpretare fino in fondo. C’è poi la giovane Valentina, devastata dal lutto che tuttavia si ostina a negare, aggrappandosi al pupzzetto-portachiavi di Aubameyang, maglia numero 17 come quella del suo Mark.

C’è anche Diop, 15 anni, dal Senegal, che aspetta l’iniezione di “vitamine”. E come loro, sicuramente tanti altri.

“Se qualcuno gli ha fatto un’iniezione, quella sera, è come se l’avessero gettato dal balcone. Gli ha fatto un bell’assist insomma. Per morire.”

Non sono un’appassionata di calcio, avrò afferrato più o meno il 20% delle citazioni calcistiche, un’altra bella percentuale l’ho dovuto googlare e mi sarò sicuramente persa qualcosa tra le pagine.

Ma di questo libro mi ha convinto la capacità, al di là dei tecnicismi e dell’ambientazione, di far “sentire” i protagonisti: vederli mentre si allenano nel campo, mentre scherzano nello spogliatoio, mentre imprecano per una sconfitta.

Leggere di Pat che improvvisa scommesse sul campo, in un gioco scherzoso per tirare su il morale a quel ragazzino confuso, arrabbiato con se stesso, lo scarto della Juve.

E poche pagine dopo trovarsi a biasimarlo per quel suo essere dibattuto tra l’affetto per Mark ed il complesso rapporto di muta sudditanza che lo lega all’amico/padrone Umberto.

La presenza costante della musica e i rimandi diretti alle canzoni con citazioni e link ai brani nella versione elettronica del libro è stato un elemento inaspettato, dato il contesto della storia.

Grazie alla passione dell’autore per rock e blues, la vicenda viene accompagnata da una sua colonna sonora dal sapore dolce amaro.

Interessante la scelta di inserire capitoli, strutturati come trascrizioni di testimonianze, in cui le deposizioni dei vari testimoni vengono messe al vaglio del lettore e collegate verso la chiusura del caso.

I protagonisti sono tanti: una squadra che si passa la palla per raccontare a modo suo la vicenda, tramite ricordi, indagini, interrogatori.

Ma al triplice fischio che sancisce la fine della partita, al centro del campo c’è lui, Mark, unico a pagare le conseguenze di una scelta non sua, in questa storia di colpevoli che dovranno scontare, ognuno a modo suo, i propri errori.

“Cosa importa un ragazzo di 17 anni morto? Quanti muoiono, ogni giorno, in questa città? Muoiono per la dose sbagliata, muoiono attraversando la strada, iniziano a morire per cellule malate che invadono i loro corpi ancora giovani. Muoiono, molti di loro, senza aver avuto un sogno. Mark aveva un sogno e aveva il talento per realizzarlo.”

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