“Il filo che ci unisce” di Elisabetta Barbara deSanctis, Rizzoli editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Che l’amore sia stato da sempre un sentimento potente è fuori dubbio. Che abbia ispirato grandi autori ognuno dei quali ha tentato a modo sui di indagare questo strano mistero che ci rende profondamente umani è un dato di fatto. l’amore ispira, l’amore induce la creazione letteraria e artistica al pari del suo gemello, il dolore. Pensiamo alla bellissima descrizione che ne fa dante nell’inferno, quando parla dei due scandalosi amanti, Paolo e Francesca:

 

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor porte.

 

In questi versi che toccano l’anima di ognuno, persino della mia che in quanto a romanticismo ho molto da imparare, rendono l’idea di un’emozione, di un sentimento che letteralmente stravolge ogni realtà, fino a distruggere le convenzioni, i ruoli sociali, la razionalità stessa che è il baluardo contro le azioni folli e sconsiderate di un lato selvaggio redarguito e addomesticato proprio dalla morale societaria. Amore è totale rivoluzione dell’essere, è la volontà impervia di superare anzi letteralmente di infrangere i limiti sia temporali, sia etici e persino fisici.
Libri che celebrano questa indomita forza spesso paragonata al fulmine che squarcia una apparente serenità del cielo dando un tocco di movimento, di vitalità in un paesaggio altrimenti ameno ma immobile e sempre uguale. Libri che lungi dall’affrontare questo regale e nobile sentimento con la banalizzazione che lo rende un mero impulso fisico, una sorta di lotta di potere, una mera conquista spesso economica, come dimostrano i libri in cui l’eroina stolta di turno prostituisce, letteralmente, se stessa e la propria specificità per essere in balia della perversione di turno, magari con tanto di piastrellamento effettuato dal carpentiere di turno. (perdonatemi il riferimento al vostro testo preferito, ma se considerate cotale boiata amore è ora che vi ricrediate). L’amore è, e resta il mistero, l’incanto selvaggio di due anime che, seppur distanti in un piano materiale divengono complementari, sviluppando una sorta di compassione l’una verso l’altra. Emblema di una passione che sembra rasentare l’ossessione ma si diriga più che altro in questo riconoscimento che contesta e destabilizza gli equilibri acquisiti con la socializzazione è il perfetto discorso di Catherine a Heatcliff.

Eccolo e beatevi per un attimo:

A che scopo esisterei, se fossi tutta contenuta in me stessa? I miei grandi dolori, in questo mondo, sono stati i dolori di Heathcliff, io li ho tutti indovinati e sentiti fin dal principio. Il mio gran pensiero, nella vita, è lui. Se tutto il resto perisse e lui restasse, io potrei continuare ad esistere; ma se tutto il resto durasse e lui fosse annientato, il mondo diverrebbe, per me, qualche cosa di immensamente estraneo: avrei l’impressione di non farne più parte. Il mio amore per Linton è come il fogliame dei boschi: il tempo lo trasformerà, ne sono sicura, come l’inverno trasforma le piante. Ma il mio amore per Heathcliff somiglia alle rocce nascoste ed immutabili; dà poca gioia apparente ma è necessario. Nelly: io sono Heathcliff! Egli è stato sempre, sempre nel mio spirito: non come un piacere, allo stesso modo ch’io non sono sempre un piacere per me stessa, ma come il mio proprio essere. Così, non parlar più di separazione: ciò è impossibile

Queste parole assomigliano al testo tormentato, ma fortunatamente a lieto fine della De Sanctis che racconta, anzi indaga il lato più misterioso di quest’emozione, quello che confina con i miti, con i racconti, con le leggende legate all’idea dell’anima gemella, della fiamma gemella o addirittura dell’anam cara di memoria celtiche. Ascoltate come Elisabetta descrive l’immutabilità di questa arcana magia:

Luca una volta le aveva raccontato di una leggenda giapponese: ogni persona porta, sin dalla nascita, un filo rosso legato al mignolo della mano sinistra che lo lega in modo indissolubile alla propria anima gemella. Il filo è lunghissimo, indistruttibile e invisibile e serve a tenere unite due persone destinate alla fine a incontrarsi e a stare insieme per sempre. Il filo non si può tagliare né spezzare. Può capitare che si aggrovigli, creando difficoltà ai due innamorati prima che possano ricongiungersi, ma qualunque sia l’ostacolo essi saranno sempre uniti e legati, nel cuore e nell’anima

 

E adesso leggete la definizione del concetto, essenziale, di anam cara:

 

Nella tradizione celtica, c’è una splendida concezione del’amore e dell’amicizia. Una della idee affascinanti è quella dell’anima-amore, espressa dall’ antico termine gaelico: anam cara. Anam cara = anima amica…. Con l’anam cara si condivideva il proprio “Io” più profondo, il proprio pensiero e il proprio cuore. Questa amicizia era un atto di riconoscimento e di appartenenza. Quando si aveva un anam cara, l’amicizia sfidava convenzioni morali e categorie; si era legati in un modo antico ed eterno con “l’amica dell’ anima”. Non ci sono limiti di spazio o di tempo per l’anima…..E chi ha incontrato nel proprio cammino, un anam cara, può comprendere che non esistono gabbie per lei; è una luce divina che fluisce in noi e nel nostro “Altro”. Quest’arte di appartenenza, ridesta ed alimenta un sodalizio profondo e speciale… questo legame tra amici è indissolubile; neppure la morte può separare.
Ynis Afallach Tuath, il viaggio del ramo d’argento

/www.ynis-afallach-tuath.com/

 

Ci sono distanze avvolte dalla nebbia, ostacoli durante il nostro momentaneo peregrinare in una terra che non è la nostra, assorbiti dal clamore di un mondo pieno di luci affascinanti, laddove ogni passo è strettamente ragionato e pensato. Sostituiamo quella piccola mancanza, quel soffio al cuore, con la carriera, la perfezione ricercata e bramata che dal volto avvolge le nostre vite, e corriamo per non ascoltare una piccola, flebile voce che ci sussurra ricordandoci di sconfinate distese piene di luci e colori abbaglianti, tanto speciali che quelle del nostro mondo reale non sono altro che pallide e distorte imitazioni. Noi esseri alla ricerca costante di un’identità, forse scordiamo le nostre origini “divine” quelle che in mezzo a tanto male, tanta crudeltà, tana degradazione ci rendono altresì capaci di piccolo straordinari gesti di una bellezza inimmaginabile. La nostra libertà di trasformare il dolore in accettazione e perdono, ma anche di cambiare costantemente il nostro centro, spostandolo dalle conquiste più apparenti alla ricerca di un senso profondo, che ci restituisca la nostra bellezza ultraterrena è spiegato con una poeticità non scevra da una grande sensualità nel filo che ci unisce. E’ un monito a non organizzare la vita, ma a lasciare che sia la vita a organizzare una splendida festa per noi. A non inseguire la bellezza ma a lasciare che la bellezza stessa si mostri con una luce soffusa ma al tempo stesso eterna che sbocci sul nostro volto, si manifesti in occhi che, grazie proprio all’amore possono darci una prospettiva diversa, regalarci un’altra percezione. L’Amore e le spine che esso porta con se sono necessarie, per cambiare ma anche per trovare una strada che sia nostra e non frutto dell’educazione e dell’apprendimento.
L’incidente di Luca l’aveva svegliata però come uno schiaffo, di nuovo. Proprio quando sentiva di aver trovato il proprio posto nel mondo, ecco che quel mondo era crollato di nuovo.

In realtà Laura, il suo posto lo trova proprio nella consapevolezza che il mondo è totalmente diverso dal nichilismo, dalla brama di successo, dal piacere effimero, dall’ossessione di mordere la vita. Il mondo è e sarà sempre magia fintanto che, come un novello Perseo, si affiderà al filo della sua Arianna e affronterà con coraggio il suo Minotauro. Sarà magia finché nonostante il crollo di certezze non si perderà mai fede nella redenzione, nel perdono, nella bellezza anzi. Un’anima ferita DEVE poter assorbire la bellezza in modo molto più profondo di chi oramai dà per scontata la sua esistenza. E forse, è priori in quegli attimi in cui ci si sente quasi macinati dal mulino del dolore che si ritrova la fede più autentica, più immediata e più stupefacente:

 

Ma se ti accontenti del mio cuore, se ti basta sapere che ti porterò con me in ogni istante e che ti sarò grata per tutta la vita

Alla fine il dio cosi bestemmiato, la divinità cosi ignorata, quella Dea tanto acclamata ma poco conosciuta hanno solo bisogno di quest’atto di fede per manifestarsi e non in una regione remota del cielo ma dentro noi stessi. La storia tragica di Laura è Luca è la storia eterna dell’uomo che cosi impegnato a dare un senso compiuto al mondo, si dimentica che in fondo, il senso vero, unico e autentico è quello semplicemente di amare. Amare l’arte, amare un compagno o una compagna, amare la vita, un libro…basta solo aprire questo cuore e bearsi dei suoi immensi doni.
E smettere di dare spiegazioni all’inspiegabile perché certi sentimenti, certe emozioni sono possibili solo se vivono nella segretezza, nella non conoscenza di quei meccanismi, perché è soltanto nell’irrazionalità che nutriamo davvero la parte più bella di noi stessi, quella caotica, fatta di arcani misteri e di incredibili scoperte. A volte l’ossessione del conoscere tutto, del controllare tutto ci rende aridi e immobili, quando invece l’esistenza è cambiamento.

 

Forse a volte non serve cercare una spiegazione. Le cose accadono e basta, dare loro per forza un nome non aggiunge nulla, semmai il contrario.

 

Per un attimo, lasciate le vostre vere ossessioni e immergetevi in questo mondo creato dalla bravissima Elisabetta e emozionatevi, piangete, commuovetevi siate persone e non più personaggi.

 

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