Quando la letteratura si fa voce dei deboli. “L’ultima stazione” di Luciano Dal Pont. A cura di Alessandra Micheli

 

Leggere il libro di Dal Pont, al contrario delle mie aspettative che per fortuna visualizzo sempre ma non do mai loro modo di parlarmi, fa tristezza. Ma badate bene: quest’emozione che è la protagonista di ogni pagina, non significa che è mal scritto o inconcludente.

Anzi.

La notevole capacità dell’autore è sempre quella di riuscire a focalizzarsi sul senso che desidera dare al testo e riesce a far trasudare l’emozione che ha scelto e lasciare che sommerga il lettore.

Perché un horror è definito da me pervaso da un alone di profonda distruttiva e incommensurabile tristezza?

Perché in questo testo si entra in una stanza della mente già condannata, già morta, già distrutta, quella di chi in preda all’ebbrezza di un finto potere non si accorge di danneggiare l’altro. Immersa in quell’insicurezza cronica che si trasforma in scudo e corazza e che si eleva soltanto calpestando l’altro.

Voi lo chiamate bullismo, io lo chiamo incapacità di sentirsi davvero persona.

E vi spiego perché.

Il protagonista è forte nella sua convinzione di essere branco. Questo presuppone l’uso disordinato dell’appartenenza che non è vista più come il tentativo di ritrovare l’armonia perduta, l’unione con qualcosa che, per gioco o per malvagità, c’è stata sottratta dal perfido demiurgo.

No.

Qua l’appartenenza non fa ritrovare, fa perdere. Non è l’ordine ristabilito in terra,immagine di un cielo troppo distante per noi miseri mortali, ma è disordine. E nel disordine non albeggia mai la compassione, ma la distruzione.

Carlo è già condannato. Lo è nel momento in cui la sua noncuranza della complessità dei legami tra noi e l’altro vengono recisi da una rabbia inutile, da un’insicurezza tramutata in forza, dall’incapacità di essere sostanza e non solo forma. Insieme ad altre anime perdute, incapaci di risolvere il dolore magari attraverso un urlo di aiuto o lacrime purificatrici, usa l’orrida e blasfema tecnica del capro espiatorio.

E il nerd, il debole, diventa l’immagine della loro debolezza, del loro fallimento umano. E le vessazioni sono un modo sbagliato di aver rivalsa su un mondo considerato nemico perché sconosciuto.

Se lo avessero davvero sperimentato avrebbero visto la meraviglia accanto all’orrore, avrebbero visto  la colonna del rigore, ma anche l’estasi della redenzione.

Perché è tutto lì davanti a noi in un mondo che in fondo va bene, prosegue e si realizza da solo e siamo noi, con la nostra assurda inconsapevolezza, a lastricarlo di errori e di abomini. Anime perdute che conoscono la spaventosa legge universale: tutto torna settanta volte sette. E torna non perché un Dio malevolo e autoritario si vendica. Ma perché è la parte divina, quella che si alimenta di idee e coraggio, di valori che sono impressi a fuoco dentro di noi,perché l’anima, la coscienza è quel dono che il sacro ci elargisce, che si ribella. Perché viene schiacciata dall’orrore e dalla nostra incapacità di cogliere la meraviglia.

Ecco che già in partenza i ragazzi sono pressati dalle urla dell’altra parte del sé. E sono già condannati prima che gli eventi si svolgano. Carlo diviene quel fallimento che ha tentato di scongiurare con le vessazioni sull’altro, senza sapere che l’altro siamo noi, siamo noi specchi a volte distorti a volte splendenti. Siamo noi a decidere la via da percorrere. Siamo noi a rifiutare l’altro lato, siamo noi a circondarci di mura altissime e insonore perché in fondo, vederci davvero, capirci davvero, conoscerci davvero significa perdere certezze. E allora meglio sacrificare il nostro io piuttosto che le comodità. Ma come racconta Gregory Bateson il Dio Eco non si può beffare.

E ripeto, lo ripeterò fino allo sfinimento, il Dio Eco siamo noi. Siamo noi interconnessi in una complessa rete relazionale, interdipendente che ci unisce in un organismo complesso. Noi e il mondo, noi e il nostro simile.

Noi siamo l’altro e l’altro è noi.

E nel momento in cui distruggono la fiducia, la dignità, la volontà della vittima, distruggono sé stessi, negandosi ogni possibilità di crescere. E infatti Carlo resta legato a un momento, un momento orribile, che lo cerca e lo chiama in un ultimo disperata speranza di perdono.

Ma Carlo è sordo.

Annaffia il rimorso, la sua unica speranza con ogni mezzo artificiale.

Cosi fanno i suoi amici.

In una discesa senza più freni che li avvicina al baratro.

Ecco che la sua psiche ferita lacerata compie l’ultimo estremo passo. Si identifica con la parte che sta marcando e l’abbraccia, in un bacio di morte crudele e sanguinario.

Il mondo creato da Dal Pont è il mondo lacerato dell’interiorità, dove la velocità di azioni senza freni maciullano, fanno a pezzi costantemente la nostra mente. Ma senza che lo smembramento abbia una nuova rinascita.

Carlo non sa, non vuole sapere che da secoli la pratica di finire in pezzi è un’opportunità. Ogni sciamano la sperimenta perché necessariamente deve essere ri-costruito, ri-generato affinché, finalmente, forma e sostanza possano viaggiare una accanto all’altra.

Per Carlo è invece, l’ultima stazione, la punizione che merita, quella di vedere per sempre, gli occhi diabolicamente spenti della sua vittima. È il rimorso che non ha trovato compassione, che forse non può trovarla, che lo condanna. E l’inferno è solo e soltanto la mente. Una mente che è ormai sulla crisi della follia. Perché  l’orrore si può assaporare ma è un qualcosa di contro natura. La violenza è istinto che, in fondo, non ci appartiene. Ma che spesso rendiamo il nostro unico Dio.

Uccidere, denigrare, umiliare, questi orridi atti di bullismo uccidono non soltanto la persona che né è vittima, ma soprattutto noi stessi e quella parte creativa, meravigliosa che è un mistero e un segreto. Uccidi quella e non resterà nulla. Se non un paesaggio desolato, una nenia triste e inquietante e un grigio senza fine.

Ecco perché ho letto il libro e ho provato dolore. Dolore per sogni sbagliati che diventano incubi. Per vite gabbate dal mito dell’onnipotenza. Da anime rubate dal demone della sopraffazione.

E da una società che in fondo, di vittime e carnefici ne ha disperatamente bisogno. Sono i suoi cardini e tolti quella crollerebbe miseramente. Ha bisogno di ultime stazioni per rinchiuderci i prodotti difettosi, i feti abortiti ma partoriti da essa stessa. Ha bisogno dell’inferno e della punizione.

Ma mai, e lo sa Luciano come lo so io, ho trovato una società che ha invece bisogno di unità.

Mai che il bullismo venga combattuto alla radice sostituendo agli incubi semplicemente i sogni.

Ecco come potevi combattere Carlo

 

E ti diranno parole rosse come il sangue,

nere come la notte;

ma non è vero, ragazzo,

che la ragione sta sempre col più forte

io conosco poeti

che spostano i fiumi con il pensiero,

e naviganti infiniti

che sanno parlare con il cielo.

 

Ed è con queste parole che gli insegnati, invece di piangere sul latte versato, avrebbero potuto rimediare alla tragedia. Ed è con questo insegnamento che vorrei lasciarvi:

È la prima volta che mi capita

Prima mi chiudevo in una scatola

Sempre un po’ distante dalle cose della vita

Perché così profondamente non l’avevo mai sentita

E poi ho sentito un’emozione accendersi veloce

E farsi strada nel mio petto senza spegnere la voce

E non sentire più tensione solo vita dentro di me

Nessun grado di separazione

Nessun tipo di esitazione

Non c’è più nessuna divisione

Tra di noi

Siamo una sola direzione in questo universo

Che si muove

Non c’è nessun grado di separazione

Francesca Michelin

 

E se leggere il libro di Luciano vi spingerà sempre più verso l’abbraccio dell’armonia, verso il dolore che tutto cura e che apre porte sconosciute del nostro io, allora questo libro avrà vinto.

Io tifo per te Luciano.

 

“Rovi” di Almaspina, Eretica Edizione. A cura di Aurora Stella

 

Il Poeta assomiglia al principe dei nembi
Che abita la terra e ride dell’arciere;
Ma esule sulla terra, al centro degli scherni,
per le ali di gigante non riesce a camminare
Baudelaire (L’Albatro)

 

Spiegare la poesia con la poesia.

Il poeta e lo scrittore: entrambi si avvalgono delle parole per farci conoscere il loro mondo, trasmettere un messaggio. Lo fanno utilizzando la lingua con le sue strutture, regole, costrutti. Giocando con le figure retoriche, in versi o in prosa , in rima con un ritmo martellante o lento. Tuttavia il poeta ha una marcia in più.. Proprio come l’Albatro di Baudelaire, pur sgraziato in terra è il principe dei nembi e non si lascia abbattere da nessuna tempesta. Il poeta ci guida lungo i sentieri della sua anima per mostraci vie che abbiamo dimenticato. Attraverso il sapiente uso delle parole riesce e a parlare direttamente al nostro cuore.
Ed è quello che accade in questo libro di poesie.
La prima cosa che mi è saltata agli occhi è stato il titolo strettamente legato al nome (o pseudonimo che sia dell’autore) “Alma Spina” – Rovi. La seconda cosa l’assenza di titoli delle poesie.
Passione-morte -resurrezione.
Terreno-semina-fioritura.
Terreno di spine che soffocano l’anima che geme per il travaglio e infine emerge in tutta la sua potenza.
E in questa ottica si rende comprensibile l’assenza dei titolo. Non ve ne è bisogno in quanto il cammino che compie il poeta è un cammino unico. È la sua vita, è la morte della sua anima e la sua resurrezione.

Pur non essendo cristiano egli vive una passione legata alle spine che avvolgono la sua anima proprio come il terreno di rovi, lo stesso della parabola citata da Gesù. Quel terreno ove la semente cade e le pianticelle non hanno la forza di superare le spine che le avvolgono. Quelle stesse che ritroviamo intorno alla testa di Cristo a segnare una regalità spregiativa.

E i rovi che avvolgono l’anima (alma ) del poeta non sono dissimili da quelli che Cristo ha portato su di sé.
Perchè la vita in fin dei conti è quello: un costante rinnovarsi di passione-morte e resurrezione.
Ho trovato realismo magico in questo unico immane discorso, almeno nell’incipit che poi è la chiave di volta per comprendere il suo tortuoso cammino.

Mi aspettavo da un momento all’altro che nei ricordi iniziali riuscisse a dirmi “ ricordo quando mio padre mi fece conoscere il ghiaccio, quando gli zingari lo portavano” oppure “ricordo di aver visto Remedios la Bella planare attaccata al lenzuolo buono di Fernanda”. Non mi sarei stupita.
Ricordo en passant che il realismo magico (il cui massimo esponente per la letteratura fu Gabriel Garcia Marquez) era una corrente pittorica e letteraria in cui gli elementi magici si inserivano tranquillamente in un contesto realistico e in maniera altrettanto tranquilla, venivano accettati dai protagonisti.

Ecco:leggendo l’incipit di Alma Spina si ha la stessa sensazione di elemento magico inserito e accettato in un contesto reale.
Ci son dei greci, eroine Shakespeariane, personaggi biblici che viaggiano tranquillamente tra una ballata ed un’altra.
E mi assumo la responsabilità di definirle “ballate” soprattutto dopo aver letto i versi su Maria di Magdala.

Non nascondo di essere andata a cercare tra testi di De André, convinta che si fosse ispirato alla sua “buona novella”.
Correggetemi se sbaglio:

 

Io sono Maria
sono nata a Magdala
ho amato un uomo una volta
mia madre aveva gli occhi azzurri
e la mia casa profumava di rose

 

In alcuni tratti ho trovato anche la forza e il vigore (non ché la passione amorosa e l’erotismo) del Cantico dei Cantici o del profeta Osea.

 

I tuoi seni sono come due cerbiatti,
gemelli di una gazzella,
che pascolano tra i gigli.
Prima che spiri la brezza del giorno
e si allunghino le ombre,
me ne andrò sul monte della mirra
e sul colle dell’incenso.
Tutta bella sei tu, amata mia,
e in te non vi è difetto.
(cantico dei cantici 4,5-7)

 

Nel basso ventre
la testa di una cerva in amore
con le orecchie basse
(Alma Spina)

 

Un testo non semplice, ricco di figure retoriche e linguaggio “aulico” e “bucolico” allo stesso tempo.