“Liquirizia” di Claudio Loreto, Leucotea editore. A cura di Alessandra Micheli

 

COPERTINA_ROMANZO_LIQUIRIZIA

Portami via da questa terra

Da questa pubblica città

Da questo albergo tutto fatto a scale

Da questa umidità

Dottoressa chiamata Aprile

Che conosci l’inferno

Portami via da questo inverno

Portami via da qua

Francesco De Gregori

Mentre leggevo liquirizia, le delicate melodie e le bellissime parole di De Gregori hanno accompagnato un emozione chiamata lettura.

Perfette per identificare un senso che salva il cuore dalla distruzione.

E il nome di questo declino è guerra.

La maledetta che distrugge non solo case, città, nazioni ed etnie, ma che devasta le coscienze, demolisce ogni speranza.

In quelle trincee che sembrano non finire mai e evadere dai tempi per abbracciarci in una stretta mortale, c’è il peggio di un uomo che smette di esserlo per divenire un demone degli inferi.

In ogni guerra perdiamo un po’ di noi.

Ogni combattimento porta via un pezzo di coscienza.

E’ oramai fatto acclamato che questi orrori danneggiamo l’anima dell’uomo facendoli diventare ombre senza spirito, senza etica, senza persino la propria interiorità.

Nella guerra l’uomo divine mostro, cosi avvezzo a ogni brutalità da superare il limite che ci separa dall’abisso.

Esso guarda noi e noi guardiamo lui, e ne siamo rapiti. E ecco le cronache di violenze indicibili.

Abusi che non uccidono soltanto, umiliano, spersonalizzano l’altro visto solo come minaccia.

Poco importa se si tratti di bambini o anziani.

O donne che in tempi non sospetti ricorderebbero le nostre madri, le nostre sorelle. L’orrore descritto da Loreto ha però una differenza fondamentale rispetto agli altri libri.

Denuncia ma non si limita a quello.

Racconta ma non propone solo la visione di devastazione.

Non è solo il racconto di un orrore senza fine, qua l’è stata la seconda guerra mondiale e la campagna in Russia.

Lei la guerra delle guerre ripetuta oggi all’infinito in altri focolai, in altre realtà in questo testo finalmente perde.

Perde tutta la sua orribile carica distruttiva, perde il volto di orco senza cuore deciso a nutrirsi del sangue e delle coscienze altrui.

Deciso a distruggere la purezza id ogni soggetto che diviene oggetto in mano a assurdi, malati burattinai.

In questo libro i muri sono abbattuti da lei la Dea Venere.

L’amore, che compensa i silenzi. L’amore che grida più forte delle bombe.

L’amore che supera la divisione amico nemico cosi netta, cosi inutile in un mondo reso bellissimo dalla sfumatura.

E la guerra perde inesorabilmente il suoi potere davanti al gesto puro, innocente e bellissimo di una donna che tenta di salvare il suo paese e rischia di uccidere se stessa.

Liquirizia è il segreto per conservare in se quel fanciullo deciso a ridere in mazzo a distese innevate.

A correre libero per i prati.

A non lasciarsi mai dominare dalla paura del Babau.

E allora so, oggi come sempre che è quella forza che muove il sole e le altre stelle, l’unica speranza di vincere questa bestia tentacolare, questa medusa che lascia bruciature sul cuore.

E’ solo quella forza che ci fa andare avanti nonostante gli inciampi, nonostante quel Re crudele assiso sul trono.

E’ la capacità di salvare la purezza e restare integri davanti all’orrore la sola arma che abbiamo.

Liquirizia è la delicatezza resa forte più del vento che scuote gli alberi.

E’ la canna che si piega al vento, ma che non si spezza mai.

E se anche voi, oggi in questo postmoderno di orrori e paura, di perdizione e vizio volete un appiglio per non essere trascinati via dalal melmosa corrente, dovete leggerlo.

E pregare di trovare la Dea che benevola sorride, nonostante il sangue e lo strazio e vi porti via, via da questo inferno, via da qua.

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